La categoria della prudenza non faceva per lui
di Mariapia Donat-Cattin
© 2026 Fondazione Carlo Donat-Cattin, Torino.
Erano passati dieci giorni dalla morte di mio padre quando, nel pomeriggio del 27 marzo del 1991, entravo nella grande sala dell’Assemblea del Senato per la commemorazione ufficiale della sua morte.
Questi i passaggi salienti del discorso che Giovanni Spadolini, presidente di quell’Assemblea, pronunciò quel giorno. Un discorso breve, essenziale, solenne, senza alcuna ombra di retorica. Dunque, sentito e sincero. Almeno così l’avevo percepito allora e così continuo a percepirlo oggi a trentacinque anni di distanza.
La scomparsa di Carlo Donat-Cattin il 17 marzo priva Palazzo Madama di una delle personalità più complesse e rappresentative del dopoguerra, di un vero e proprio protagonista delle battaglie politiche della Repubblica, dalla Resistenza ad oggi, che si è costantemente battuto per mantenere saldo il collegamento fra le strutture istituzionali e le esigenze del mondo del lavoro, nella fermezza del proprio impegno civile, vissuto insieme dal cittadino e dal credente.
Il riserbo sulla propria vita privata, una delle caratteristiche più rigorose della sua personalità, aveva avvolto in un’ombra di segreto la notizia del ricovero e del delicato intervento subito dal senatore Donat-Cattin. Per questo tanto più inatteso e doloroso è stato il sentimento che ci ha colpito.
Mercoledì scorso mi sono recato ai funerali a Torino, in rappresentanza del Senato, portando alla famiglia il pensiero commosso e partecipe di Palazzo Madama. […]
La sua attività politica inizia nella gioventù di Azione Cattolica, parallelamente ai primi passi di giornalista. Dopo l’8 settembre prende parte alla guerra partigiana ed è tra gli organizzatori della Democrazia cristiana in Piemonte, rappresentandola nel CNL di Ivrea e del Canavese.
Nel lavoro sindacale nasce e matura la sua esperienza politica, rimasta sempre fedele alla fondamentale ispirazione cristiano-sociale. […]
La vivacità intellettuale, lo spirito d’iniziativa e la forte passione sociale lo imposero presto all’attenzione del suo partito, la Democrazia cristiana. È sintomatico il giudizio con cui Luigi Gedda, allora capo dell’Azione cattolica, si oppose alla sua inclusione nelle liste per le elezioni politiche del 1953: «È un militante scomodo, che difficilmente si adatta con disciplina alla linea politica decisa dal vertice del partito». Un giudizio questo che, alla luce della successiva esperienza politica di Donat-Cattin, acquista un carattere assolutamente positivo, sottolineandone il rigore e l’indipendenza. […] Diviene a Roma il teorico della «sinistra sociale», introducendo nel dibattito politico elementi di novità e di concretezza, imponendosi come erede naturale di Giulio Pastore.
Sarà soprattutto Aldo Moro, negli anni seguenti, a cogliere il nuovo che c’era in Donat-Cattin, ad appoggiarsi sul leader della sinistra sociale, specie dopo la grande delusione delle elezioni politiche del maggio 1968, allorché si vide abbandonato, e in qualche misura smentito, nell’esaurirsi della stagione del centro-sinistra. Sarà soprattutto Moro che solleciterà l’affidamento a Donat-Cattin di incarichi di Governo. È proprio come Ministro del Lavoro […] che Donat-Cattin vive la stagione dell’autunno caldo, ponendosi tra i protagonisti combattivi e conseguenti, a costo di opposizioni fortissime, alla positiva soluzione di quel difficile contratto di lavoro, in una trattativa vissuta sempre dalla parte dei lavoratori.
Un momento, quello del 1969, che lui stesso aveva voluto ricordare alla firma dell’ultimo contratto dei metalmeccanici: «Ho cominciato la mia attività ministeriale vent’anni fa, svolgendo una mediazione per il contratto dei metalmeccanici. Credo che questo firmato oggi sarà anche l’ultimo. Vi auguro di farne dei migliori».
Ad un’altra conquista sociale Donat-Cattin legherà il proprio nome: lo Statuto dei lavoratori, un documento storico di cui egli, nel solco tracciato dal socialista Brodolini, scriverà il testo definitivo.
L’attività di Governo prosegue come Ministro per il Mezzogiorno. E mi piace ricordare quanto di lui scrisse l’indimenticabile amico Francesco Compagna: «Lui, ligure-piemontese, è stato il miglior ministro dei meridionali». […] Nuovamente Ministro del Lavoro, anzi Ministro dei Lavoratori, come amava chiamarsi, nell’attuale Governo.
Nel suo partito, la Democrazia cristiana, Donat-Cattin è sempre stato un punto di riferimento importante e a volte decisivo. Vice-segretario nazionale, fece della sua corrente, «Forze Nuove», un elemento essenziale nella geografia del partito. I convegni annuali di Saint-Vincent sono stati, per anni, un momento di riflessione collettiva aperto a tutte le forze democratiche.
Palazzo Madama lo ha avuto tra i suoi componenti a partire dal 1979: in questi anni ne abbiamo tutti colto ed apprezzato le caratteristiche di politico di razza e di grande umanità.
Per riaffermare i valori della democrazia, per riaffermare quello che Aldo Moro chiamava «un nuovo senso del dovere», non evitò mai la polemica anche aggressiva, la franchezza anche aspra del confronto, con una contrarietà irriducibile agli equilibrismi e alle acrobazie della politica.
Un uomo che ebbe molti avversari, che non si tirò indietro nei momenti drammatici, che segnarono profondamente la sua esperienza, anche personale, ma un uomo di cui tutti, anche gli oppositori più decisi, hanno dovuto sottolineare la forte personalità, il senso profondo e tormentato della libertà e della democrazia, che sempre lo ispirò, la realtà e l’intelligenza critica che fecero di lui una figura inedita nella vita politica italiana, con il coraggio di difendere sempre le opinioni e i valori che aveva posto a fondamento della propria vita, anche a costo dell’impopolarità. [Donat-Cattin. Discorsi parlamentari (1958-1991), Camera dei deputati, [II, 2005].
Ho voluto partire da questo discorso, per ripercorrere all’indietro gli ultimi mesi dell’attività di mio padre al ministero del Lavoro, andando a cercare fra le carte le tracce del suo impegno instancabile quando invece avrebbe dovuto riguardarsi.
Mi ricordavo di qualche lettera. Non avevo mai fatto caso, invece, a una fotografia. Sul retro, Franco Aloia, insieme a un affettuoso saluto, aveva scritto dove e quando era stata scattata e chi erano le persone ritratte.
Dicevo che mi ricordavo delle lettere in cui mi ero imbattuta quando avevo lavorato, con mio fratello Claudio, alla costruzione del volume Archivio Carlo Donat-Cattin 1930-1991 (Edizioni Lavoro, 2023). In particolare, quelle ricevute a breve distanza l’una dall’altra che, in occasione delle feste natalizie, gli avevano inviato prima Bruno Trentin e poi Ottaviano Del Turco ringraziandolo per quel contratto. L’ultimo.
Ma di lui, di che pasta fosse fatto, dice più di tutto la lettera che, una volta chiusa quella faticosa trattativa, aveva scritto e inviato al presidente della Confindustria, Sergio Pininfarina. Così ne scrive Giorgio Aimetti nelle prime pagine del suo Carlo Donat-Cattin. La vita e le idee di un democristiano scomodo, (Rubbettino, 2021).
Quando Donat-Cattin aveva deciso di affrontare il chirurgo. stava male ormai da molto tempo, da anni. Del suo intervento aveva parlato con molti. Ne aveva discusso con il professor Viganò. Il cardiochirurgo del San Matteo di Pavia appariva del tutto tranquillo del risultato positivo dell’operazione. Un intervento ormai di routine. Si era dilungato sulle tecniche più ggiornate, proprio su quelle che avrebbero tentato invece senza successo i chirurghi monegaschi.
Il ministro, nonostante lo stato di salute, voleva tuttavia concludere il contratto dei metalmeccanici.
C’è del tragico e del patetico nella circostanza. Aveva affrontato in condizioni diverse una vertenza differente, nei tempi e nelle cir-
costanze, da quella che lo aveva visto protagonista 21 anni prima, all’inizio del suo impegno ministeriale. Lo aveva fatto con grinta, ma anche con evidente sofferenza. Al termine della trattativa aveva scritto una lettera a Sergio Pininfarina. Ringraziava il presidente della Confindustria per la disponibilità al confronto, gli rendeva un riconoscimento spassionato e firmava, ponendo una data che lascia interdetti: 14 luglio 1990. Il documento conservato in minuta dalla Fondazione Donat-Cattin ha un numero d’ordine che lascia intendere che in realtà si era al 14 dicembre. L’errore la dice lunga sulle condizioni del ministro.
Pochi giorni dopo partiva per Montecarlo.
Mi fermo qui, anche se molto altro ci sarebbe da dire a proposito di quegli ultimi mesi durante i quali mio padre non si era risparmiato, come sempre aveva fatto nel corso della sua vita. La categoria della prudenza non faceva per lui.
“DALLA MEMORIA AL FUTURO – I 30 anni della Fondazione Carlo Donat-Cattin” RAI Cultura
Clicca sotto per accedere al Documentario di RAI Cultura
https://www.raicultura.it/speciali/fondazionecarlodonat-cattindallamemoriaalfuturo

