Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini del Papa a Milano. Un evento straordinario carico di messaggi e significati. Anche per la politica ? O si tratta di annunci profetici troppo lontani dalla quotidianità? Due passaggi in particolare sembrano di straordinaria attualità.
Il primo pensiero riguarda la speranza: “Ci farà bene domandarci: come è possibile vivere la gioia del Vangelo oggi all’interno delle nostre città? E’ possibile la speranza cristiana in questa situazione, qui e ora? Queste due domande toccano la nostra identità, la vita delle nostre famiglie, dei nostri paesi e delle nostre città. Toccano la vita dei nostri figli, dei nostri giovani ed esigono da parte nostra un nuovo modo di situarci nella storia. Se continuano ad essere possibili la gioia e la speranza cristiana non possiamo, non vogliamo rimanere davanti a tante situazioni dolorose come meri spettatori che guardano il cielo aspettando che “smetta di piovere”. Tutto ciò che accade esige da noi che guardiamo al presente con audacia, con l’audacia di chi sa che la gioia della salvezza prende forma nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.”
Il secondo passaggio riguarda l’accoglienza: “Milanesi, sì, Ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. E’ un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore. .” (Per leggere l’intera omelia: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2017/documents/papa-francesco_20170325_omelia-visitapastorale-milano.html)
Molti di noi sono impegnati nel partito, sono amministratori, operatori sociali, volontari. Siamo tutti consapevoli della difficoltà di ripartire dalle periferie, dagli ultimi. Viviamo l’impegno sociale e politico come una missione e l’obiettivo di questa missione è migliorare la vita (di tutti) nelle nostre comunità. Basta leggere le interviste ad alcuni di noi apparse su La Prealpina di ieri (25/3/2017) per cogliere questo desiderio profondo di servizio. Ma è ancora possibile “osare”? Andare al di là della risposta alla giusta richiesta di città sicure, strade senza buche, marciapiedi puliti, scuole accoglienti (e meno tasse possibili da pagare)? Se ha ancora un senso essere “popolari” questa è la sfida che ci deve vedere impegnati che ci deve contraddistinguere, senza clamore, con scelte concrete che rendano evidenti nei fatti i nostri valori. Non è il desiderio di dividere che ci guida, ma la volontà di dare un contributo originale e profondo che vada al di là dell’emotività (della “pancia”): mantenere viva l’identità delle nostre comunità, superare la paura dell’essere accoglienti, rassicurare che c’è spazio per tutti nel rispetto reciproco. Tornano alla mente le parole di Dietrich Bonhoeffer: “Le quantità si contendono lo spazio, le qualità si completano a vicenda.”. Questo è il tempo difficile in cui siamo chiamati ad operare ed al quale non possiamo sottrarci. E’ ingenuo pensare che lavorando insieme, confrontandoci (e confortandoci), questa nostra fatica potrà resistere nel tempo e dare buoni frutti?

