Di Guido Brera

«L’ esperienza è ciò che ottieni quando non sei riuscito a ottenere ciò che volevi». Queste parole sono state pronunciate dall’informatico statunitense Randy Pausch il 18 settembre 2007. Quel giorno, presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Pausch tenne la sua Last Lecture. Gravemente malato e consapevole di una fine imminente, compose un estremo magistero a proposito del modo con cui conseguire i propri sogni. Morirà dieci mesi più tardi, a 48 anni.

Un’ultima lezione è anche quella dell’economista Federico Caffè all’Università di Roma, una mattina di giugno del 1984. A differenza di Pausch, Caffè percepiva la definitività relativa d’un congedo accademico. Ma il relativo si farà assoluto tre anni dopo, il 15 aprile 1987, quando il professore scomparirà nel nulla come già aveva fatto, alla fine degli anni Trenta, il fisico Ettore Majorana. Uomini svaniti, sottrattisi al proprio tempo: forse prigionieri dell’«esperienza», di quello che ci resta allorché il setaccio del vivere ha filtrato la materia di sogni, desideri e intendimenti tra le maglie strette della realtà. Per lo scienziato allievo di Fermi e per il riformista solitario che studiava Keynes sembrano valere le parole di Pausch. Entrambi furono feriti dalla preveggenza di ciò che intuirono ed entrambi constatarono l’impossibilità di conseguire ciò che volevano. Secondo alcuni, Majorana avrebbe previsto l’inferno atomico che le sue ricerche stavano contribuendo a schiudere. A Caffè, invece, toccò sondare il futuro guardando gli anni Ottanta della «rivoluzione conservatrice», di cui — proprio nell’ultima lezione — confutò con durezza il «retoricume neoliberista», l’apologia del mercato, l’odio per lo Stato e — di conseguenza — per qualsiasi interesse sociale. Federico Caffè preconizzò gli effetti nefasti del culto dei mercati nel cui segno la globalizzazione si è imposta, mentre conservatori e socialisti andavano incontrandosi lungo la «terza via»: nell’indistinto di ciò che è stato chiamato «estremismo di centro».

A trent’anni dalla scomparsa, il vuoto lasciato da Caffè non scalfisce la lungimiranza di un insegnamento che continua a indicare la strada. Benché fosse un convinto europeista, il professore nutriva profondi dubbi nei riguardi del Sistema monetario europeo (Sme) e soprattutto nei confronti della Germania, la nazione con il marco forte e il terrore per l’inflazione, che considerava causa d’inevitabili squilibri rispetto ai Paesi con valuta debole.

Per questo, citando Keynes, raccomandava una reciprocità di obblighi tra nazioni esportatrici e Paesi importatori, sempre alla ricerca di un equilibrio commerciale che fosse presupposto di pace durevole e benessere collettivo. Oggi, quelle preoccupazioni trovano tragica conferma nell’Europa della moneta unica, dominata dal surplus commerciale tedesco. Le asimmetrie di allora diventano ingiustizie strutturali nella spirale perversa che vede le potenze neo-mercantiliste cavalcare l’onda delle esportazioni, trasformare i Paesi in deficit in mercati di sbocco per i loro prodotti e poi comprarne il debito attraverso gli stessi surplus commerciali che ne derivano. È il frutto velenoso della globalizzazione senza regole, e diventa letale quando soffoca Paesi come la Grecia, costretti in una gabbia nella quale non possono né svalutare né stampare in autonomia. Vista da Atene, l’Unione Europea ricorda la camera della morte di una tonnara, l’inaggirabile intrico di reti in cui la preda si dibatte fino alla mattanza: cioè, all’esplodere di una crisi finanziaria e al diffondersi del panico. È allora che subentra il diktat dell’austerità, la finta cura che — invece di lenire — acuisce la sofferenza.

Il rimando a meccanismi di perequazione e bilanciamento, alla reciprocità e alla solidarietà tra Stati, è l’imprescindibile lezione di Caffè per invertire la rotta tracciata dal mercantilismo teutonico, al tempo della guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, nei giorni in cui in America echeggiano sirene protezioniste e nel vecchio continente la mistica della sovranità nazionale si tinge di truci implicazioni identitarie. Un monito per tentare di riformare radicalmente l’Ue, perché serve più Europa, ma soprattutto una diversa Europa, e non differenti «velocità» o, peggio, due valute che condannerebbero le aree più lente a una svalutazione imposta, con conseguente fughe di capitali e crisi del sistema bancario. Il «divorzio amichevole» è una proposta tardiva, fuori tempo massimo, e suona beffarda ora che, sull’altare del rigorismo, i Paesi in deficit hanno già sacrificato pezzi del sistema produttivo e del welfare, pagando con l’impoverimento e l’inasprirsi delle condizioni di vita.

Federico Caffè ed Ettore Majorana videro lontano, ma non ottennero ciò che volevano. Ci resta la loro «esperienza», prezioso contributo per conseguire nuovi e vecchi sogni.