“Siamo sempre convinti che ci voglia più società e meno stato?”
Ci siamo lasciati con l’impegno di approfondire i cinque temi chiave, le cinque “crepe”, indicate da mons. Delpini, nel “Discorso alla Città” pronunciato lo scorso 7 dicembre. Si tratta delle tematiche quali il diritto alla casa, la lotta alla povertà, il futuro dei giovani, il declino del welfare e la crisi della sanità pubblica, le condizioni inumane in cui versano le carceri. Raccogliamo quindi l’invito dell’Arcivescovo in ragione del quale <<la casa comune non cade se c’è chi sceglie di “aggiustare il mondo”, assumendosi responsabilità personali e collettive>>. Tocca quindi anche a noi intervenire, secondo una modalità coerente con le finalità che ci contraddistinguono, ossia promuovere il formarsi di una cultura politica capace non solo di enunciare valori ma di tradurli in proposte, capaci di accrescere il “bene comune”. Il nostro ruolo vuole essere proprio questo: stimolare una riflessione che non invada il campo di chi opera nelle istituzioni ma nemmeno si collochi in una dimensione di pura enunciazione di valori.
Prima di entrare nel merito delle problematiche evidenziate dall’Arcivescovo è però opportuno soffermarsi su un tema di fondo, che costituisce una sorta di fattore comune a tutte le criticità che intendiamo approfondire: ossia il ruolo delle istituzioni nell’affrontare le “crepe” sociali denunciate da Delpini. Qualche anno fa si sviluppò un dibattito interno allo slogan “più società e meno Stato”. Oggi la carenza di risorse sembra indicare un ruolo di supplenza da parte della società civile per intervenire là dove le istituzioni non riescono ad agire efficacemente. Ma è davvero un problema di risorse e può comunque lo Stato abdicare al proprio ruolo per ragioni di contenimento della spesa pubblica? E’ possibile immaginare che sia la generosità e la fantasia del terzo settore, a garantire diritti fondamentali quali la salute, l’istruzione, l’assistenza ai più fragili ? Non si rischia di tornare indietro nel tempo quando questi diritti erano terreno di intervento della solidarietà sociale, delle società di mutuo soccorso, degli organismi cooperativi, degli enti religiosi?
E’ questo il filo comune che vuole guidare la nostra riflessione: quale deve essere il ruolo insostituibile delle istituzioni e quale preziosissimo apporto può dare il terzo settore o più in generale la società civile. La crisi del welfare sicuramente riporta al centro il tema delle risorse (pubbliche) su cui si fonda la sua azione e quindi al tema delle diseguaglianze sociali. Appare oggi blasfema l’affermazione di Vanoni per cui le tasse sono un segno di appartenenza alla comunità:
“Siamo tutti cresciuti sotto l’insegnamento dei principi fondamentali del cristianesimo, che sono la solidarietà, la sussidiarietà e la garanzia del bene comune. Non possiamo, quindi, non apprezzare istintivamente l’attualità di un pensiero, come quello di Ezio Vanoni, fortemente ispirato a tali principi. Non è necessario essere cristiani professanti o aver letto Socrate per rendersi conto che una vita non sottoposta a verifica in termini di valore non vale granché e che, se vogliamo che questa verifica avvenga, è necessario muoversi nella direzione indicata negli anni cinquanta del secolo scorso da Vanoni, negli scritti e nell’azione di governo … Si tenga presente che ai tempi di Vanoni il prelievo fiscale era ancora considerato una sorta di premium libertatis o, al più, l’altra faccia negativa del costo dei diritti. Egli è stato uno dei primi a capire che il tributo deve essere, invece, uno strumento per correggere le distorsioni e le imperfezioni del mercato a favore delle libertà individuali e collettive e a tutela dei diritti sociali … Se questi valori sono ancora da condividere, mi pare evidente che la migliore definizione etica del tributo dell’era contemporanea non può che essere ancora quella elaborata da Vanoni, e cioè che giustizia o ingiustizia nella tassazione deve significare giustizia o ingiustizia in quel sistema “convenzionale” di diritti economici quale risulta dal regime legale di tassazione”. (Prof. Franco Gallo, in un articolo pubblicato sul Sole 24 ore prima di Natale 2016)
Non è l’obiettivo di questo scritto affrontare il tema delle tasse né demonizzare, in chiave ideologica, il rapporto tra stato e società civile, bensì cercare strade nuove per affrontare le criticità denunciate da mons. Delpini. E forse utile tornare a riflettere sulle parole di Don Primo Mazzolari:
“Non vogliamo una rivoluzione che invidi, ma una rivoluzione che ami: non vogliamo portar via a nessuno il suo piccolo star bene, vogliamo solo impedirgli che il suo piccolo star bene determini lo star male di molti. Vogliamo una rivoluzione che sia la manifestazione liberatrice ed educatrice della nostra pietà e della nostra carità.”[1]
In questo tempo in cui sembra affermarsi l’idea che chi più ha, più può, vogliamo tornare a parlare di giustizia, di equità e di tutela dei più deboli può davvero apparire irrealistico (da sfigati), o come lo sfogo dei perdenti. Ma questa è la nostra storia questi sono i valori del personalismo e del solidarismo cristiano a cui non vogliamo rinunciare, con l’obiettivo forse troppo ambizioso, di avere ancora qualcosa di utile da dire. Ed in questo impegno riecheggiano le parole di Martinazzoli, che, ricordando la comuni origini geografiche con Mazzolari (bassa cremonese e mantovana e dalla Bassa bresciana) affermava:
“Sarei tentato di definire questa cifra lombarda come una sobrietà dell’intelligenza. Non un’angustia, non un rifiutarsi alla passione e alla fantasia, ma la compiutezza, difficile e placata, di una conoscenza intera, di un’ostinata esperienza. Delle cose, degli uomini, dell’eccezione, della regola, della fatica e della festa, della lunghezza e della misura”[2].
Ed è sempre Martinazzoli a ricordare una frase di Don Primo Mazzolari che ben descrive la nostra identità:
«Non a destra, non a sinistra, non al centro, ma in alto. Non capisco perché un cristiano abbia bisogno di andare a prestito di rivoluzione. Voi parlate di rivoluzione collettiva, io propongo, con il Vangelo in mano, la rivoluzione personale. La forza della nostra rivoluzione non è nella negazione e nell’antitesi, ma in un di più»[3]
Ed a questa tradizione a cui vogliamo cercare di dare nuova luce!
In fondo come ben osservava Mauro Magatti sull’Avvenire di domenica 18 gennaio:
“La storia siamo noi, cantava De Gregori, siamo noi cittadini, elettori, corpi intermedi, comunità locali, associazioni, università, imprese, chiese. Spetta a noi dire difendere, con determinazione e senza ingenuità, le istituzioni democratiche, la cultura del limite, il rispetto delle regole, la centralità della persona. In un mondo che torna a parlare il linguaggio della potenza, la vera forza della democrazia sta nella lucidità, nella partecipazione e nel coraggio civile di chi rifiuta di abituarsi all’inaccettabile.”[4]
E’ questo il tempo di ribadire posizioni chiare, di cancellare zone d’ombra, di rifiutarsi “di abituarsi all’inaccettabile”!.
[1] Mazzolari, L’unità politica dei cattolici, in «Adesso», 1 febbraio 1950;
[2]Citazione riportata in P. Corsini, Mino Martinazzoli: l’intelligenza degli avvenimenti, il carisma della parola cit., p. 14.;
[3] M. Martinazzoli, “Uno spirito che rischiara il cammino dei viandanti inquieti” – Martinazzoli e Mazzolari, due viandanti inquieti, p.121;
[4] Mauro Magatti in Avvenire 18 gennaio 2026.

