Non è una finalità del nostro sito commentare l’attualità, la nostra ambizione è stimolare i pensieri, aprire spazi dove è possibile confrontarsi. Però quando accadono eventi così importanti qualche ragionamento si impone. E speriamo come nei cineforum di una volta che “segua dibattito”!
Quanto accaduto merita una piccola riflessione ed un confronto tra noi popolari.
IL REFERENDUM: RISOLTO IL PROBLEMA GIUSTIZIA?
Il referendum ha visto la vittoria netta del NO ed un Paese spaccato a metà. Questa è la sintesi prevalente nei commenti post voto. Finita l’inevitabile buriana elettorale, forse occorre riconoscere che al di là dei meriti del No, non tutte le ragioni del Si erano sbagliate. Sbagliata è stata la modalità per darvi attuazione. In sintesi, alcuni, punti controversi:
a) Il “correntismo” dei giudici: sicuramente è stata una fesseria l’idea del sorteggio ma resta il problema di come possa comporsi la rappresentanza negli organi di autogoverno dei magistrati. Appare francamente eccessiva ed un po’ anacronistica l’idea che il giudice sia una sorte di astrazione sociale, un soggetto che in nome dell’imparzialità non coltivi alcuna passione civile, non abbia una sua idea di come la società debba evolvere e su quali valori debba fondarsi. Semplificando, se si accetta che anche il magistrato abbia una coscienza sociale, il punto è come questa possa incidere sui meccanismi di rappresentanza che determinano la composizione degli organismi di autogoverno dei giudici, e sulla imparzialità che il magistrato deve avere nell’esercitare le sue funzioni. Francamente verrebbe da dire che solo la saggezza dei singoli magistrati possa evitare che il “comune sentire” sia il criterio prevalente nelle scelte di rappresentanza interna. E’ deleterio soprattutto se il “comune sentire” diventa anche il criterio di “scelta” nell’assegnazione degli incarichi o nella valutazione disciplinare. Invero, la strada l’aveva già tracciata la Costituzione prevedendo una composizione mista degli organi di governo della magistratura. Forse vanno ripensati gli equilibri tra togati e non? Non è sicuramente un problema di facile soluzione ma il sorteggio appare la rinuncia ad affrontare in modo efficace questa criticità. In altri termini il tema andrebbe ripreso nel confronto parlamentare.
b) La separazione delle carriere nei fatti c’è già: nel 2024 ha riguardato 44 magistrati su 6.621 (il2,3%). Di contro la separazione delle carriere rischia di togliere il p.m. dalla “cultura giurisdizionale” e di attrarlo in un alveo che lo ingloba in una logica “funzionale”: arrivare sempre e comunque ad una condanna. Tutti i magistrati sono soggetti alla legge e devono lavorate per ricercare la verità giuridica. Questa è la garanzia che per i cittadini che la giustizia sia “giusta”.
Alcune considerazioni, sicuramente non esaustive di un problema così complesso. La prima: C’è una disparità di forze in campo. Di solito nei tribunali, gli avvocati sono migliaia, i giudici decine. Forse oggi il problema è che il pubblico ministero è sommerso da un eccesso di lavoro, non ha il tempo né la forza per dirigere, visionare, discernere tutto il lavoro delle forze di polizia. D’altro canto le forze di polizia, per loro natura devono scegliere di sviluppare quell’ipotesi investigativa che abbia le maggiori possibilità di concludersi con una condanna dell’imputato. Una prima soluzione: la depenalizzazione. Si può immaginare di far crescere nel Paese un’idea che la tutela dei valori sociali non sia affidata solo ad una loro penalizzazione. Contrariamente a quanto sta facendo oggi il Governo Meloni, non ogni criticità richiede la creazione di un nuovo reato. Possiamo immaginare nuovi strumenti che tutelino determinati valori sociali lasciando il ricorso al giudice penale sole le questioni più gravi? Facciamo un esempio è stato abrogato l’abuso in atti d’ufficio ma non è ancora sufficientemente regolato il conflitto di interessi nella pubblica amministrazione. Eppure la pubblica amministrazione potrebbe/dovrebbe auto-regolamentarsi, prevenendo e punendo chi attenta all’imparzialità. E così molti altri corpi intermedi della società civile possono e debbono auto-regolamentarsi.
c) Una terza considerazione riguarda la responsabilità del magistrato: durante la campagna referendaria si sono moltiplicati gli esempi di casi di “(in)giustizia”: indagini che paiono essere state condotte frettolosamente, processi lunghissimi conclusi con un nulla di fatto (anche questo però segno che già oggi le due funzioni operano in modo distinto ed imparziale). Ebbene la logica qui non deve essere come vendicativa (non si tratta qui di come“fargliela pagare”). E fondamentale la serenità di chi opera la giustizia, ma deve esserci qualche meccanismo esterno al processo di controllo. Si tratta di capire come funziona il sistema di valutazione di chi svolge questo delicato compito. Si è già premesso che ciascuno fa ciò che può nel poco tempo che ha. Però un meccanismo di valutazione serena di cosa non ha funzionato in alcuni processi rasserenerebbe tutti! Va eliminata questa idea che si sta diffondendo che sia il clamore mediatico di un’indagine a determinare le carriere di chi ne è protagonista. E qui forse, molto sommessamente, verrebbe da dire che se è assurdo pensare ad un magistrato privo di idealità, sarebbe auspicabile ritrovare maggiore sobrietà da parte di tutti i protagonisti della giustizia, siano essi magistrati siano componenti delle forze dell’ordine. Ciò che conta è il “giusto risultato” non chi ha contribuito a conseguirlo. Il rischio è che un eccesso di protagonismo logori l’immagine di chi svolge tali delicati compiti. Anche da questo punto di vista potrebbe aprirsi una riflessione ed un confronto tra forze politiche e magistratura per capire come raggiungere questi obiettivi.
d) Una riflessione sui criteri di accesso in magistratura: è sufficiente superare un concorso per svolgere un ruolo così delicato come il magistrato? Non sarebbe forse opportuno prevedere che chi accede alla magistratura abbia già alle spalle un’importante esperienza (ad es. dieci anni) in altri ruoli dirigenziali della pubblica amministrazione o di insegnamento/ricerca a livello universitario?
Bossi e la fine di un’epoca

Purtroppo sappiamo come sono poi andate le cose !
La morte di Bossi è anche la fine di un’epoca. Di solito quando qualcuno ci lascia si diventa generosi nel ricordarlo. Ed è giusto che sia così: si raccoglie il meglio della storia personale di chi ci è mancato e lo si consegna alla memoria, personale e collettiva. Ma al di là dei meriti umani che avrà indubbiamente avuto Bossi. Al di là del ricordare, come molti hanno fatto, la sua capacità del di annusare l’aria, di fare emergere (ed esplodere) tutta l’insofferenza del nord, si fa fatica a trovare altri aspetti costruttivi in questa vicenda politica. Anche in casa nostra si era capito che stava per esplodere la questione settentrionale, e si era lanciata l’idea della DC bavarese. Ma questa intuizione era legata ad un pensiero positivo di composizione tra interessi territoriali diversi e non come contrapposizione tra la locomotiva lombarda e Roma ladrona, o come spaccatura tra nord e sud, tra ceti produttivi ed istituzioni.
E sicuramente un giudizio di parte e forse un po’ affrettato ma il contributo alla storia del nostro Paese non pare così significativo dal punto di vista di ciò che è stato effettivamente realizzato. Lo è stato sicuramente per la capacità di porre al centro dell’agenda politica i temi cari a Bossi. Questo merito gli va sicuramente riconosciuto: ha imposto l’attenzione di tutti alle criticità che il Nord stava vivendo. Ma se l’obiettivo era essere “padroni a casa nostra”, viene da dire che ha fatto più la riforma del Titolo V (per tutte le Regioni) che non tanti slogan contro “Roma ladrona”. Sempre ammesso che anche il regionalismo, dopo tutti questi anni, non meriti qualche ”aggiustatura”. Cosa che non pare avverrà con la Riforma Calderoli.
E’ sicuramente ancora presto per fare un bilancio, ma nel rileggere ora quegli anni emerge solo la forza di una grande illusione. Accompagnata da un pericolosa suggestione. Si è radicata in quel periodo l’idea che si potessero rivendicare diritti senza assumersi obblighi senza riconoscere di avere doveri. Ma la cosa più assurda che questa logica pervadeva anche chi doveva governare: chi stava dentro le istituzioni raccontava di combatterle (anche in epoca più recente c’era chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno!). Le responsabilità stavano sempre da un’altra parte: di chi c’era prima al governo, della burocrazia, della magistratura, dell’Europa ! Detto in altri termini, il ragionamento è stato: Vorremmo risolvere tutti i problemi ma non ce lo lasciano fare! Questa è la radice del populismo: l’inganno che possa esistere un diritto (una pretesa) senza che ad essa corrisponda un dovere.
Detto ciò, indubbiamente Bossi ha avuto la capacità di inventare una narrazione della realtà sociale e politica quasi mitologica: sono state immaginate sgangherate radici celtiche, divinità pagane (ricordate l’ampolla del Po’), evocate epoche storiche (la battaglia di Legnano ed il Barbarossa), evocati luoghi magici quali il prato di Pontida. E’ vero così Bossi ha parlato ai sentimenti profondi, al cuore (e non solo alla pancia/rabbia) delle persone. Molti hanno dichiarato in questi giorni: Bossi mi hanno cambiato la vita! Queste persone si sono sentite ascoltate, capite, hanno visto una speranza la possibilità di un riscatto. A differenza di ciò che facevano partiti ed istituzioni incapaci di evolvere, di reggere la sfida della modernità e quindi della complessità. E così è stato proprio in quegli nni nei quali l’incertezza, la garanzie del benessere crescente scricchiolavano. Vengono i brividi a pensare ai ragionamenti di Moro, al suo angosciante sforzo per modernizzare il Paese, nel tentativo di rassicurare, di garantire stabilità, di mantenere la quiete sociale. La garanzia del sacro santo quieto vivere del “modesto benessere” delle famiglie italiane. E la risposta fu la stagione del CAF, l’anticamera di tangentopoli.
Forse è il tempo di rileggere la storia della seconda repubblica, in modo distaccato e pacato per capire come tutto ciò sia potuto accadere.
E forse possiamo farlo proprio a partire da Aldo Moro. Nella sua lettera dalla prigione delle BR a Zaccagnini, Moro diceva: ”Ho riflettuto molto in queste settimane. Si riflette guardando forme nuove. La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente. La verità è che ci illudiamo di essere originali e creativi e non lo siamo. La verità è che pensiamo di fare evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell’illusione che, cambiati gli altri, l’insieme cambi e cambi anche il Paese, come esso certamente chiede di cambiare. Ebbene, caro Segretario, non è così. Perché qualche cosa cambi, dobbiamo cambiare anche noi. E, a parte il fatto che davvero altri (socialisti ieri, comunisti oggi) siano in grado di realizzare una svolta in accordo con noi – il che possiamo augurarci e sperare – la D.C. è ancora una così gran parte del Paese, che nulla può cambiare, se anch’essa non cambia. E per cambiare non intendo la moralizzazione, l’apertura del Partito, nuovi e più aperti indirizzi politici. Si tratta di capire ciò che agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, irrazionale, apparentemente indominabile. Una società che non accetti di adattarsi a strategie altrui, ma ne voglia una propria in un limpido disegno di giustizia, di eguaglianza, di indipendenza, di autentico servizio dell’uomo. Ecco tutto. Benché sia pessimista, io mi auguro che facciate più di quanto osi sperare.”.
Purtroppo, sappiamo come sono poi andate le cose !

