Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve

Il peggio, com’era prevedibile, si sta consumando. Si può ben dire, per stare ai luoghi comuni, che tra i due litiganti (Renzi e gli sciossionisti), il terzo, il Movimento 5 stelle, ne godrà con ogni, probabilità, i benefici.

A nulla sono valsi gli accorati appelli (uno su tutti quello di Veltroni), la spaccatura nel PD è oramai ineludibile e con essa tramonta il progetto del Lingotto, indubbiamente il momento più alto di questa travagliata, seppure breve, storia. Proprio il giorno dopo la sconfitta referendaria un ex parlamentare, avvezzo alle questioni romane, era stato buon profeta ed aveva preannunciato la trasformazione dei Comitati del No nel nuovo partito della minoranza PD. Allora, tutto ciò sembrava fantapolitica ed, invece, quello che pareva un pettegolezzo azzardato non si è rivelato tale.

Sulle cause di tale catastrofe si discuterà a lungo. Abbiamo provato ad indicarne tre: il destino incerto, di fronte alle elezioni anticipate, dei parlamentari dell’ala bersianiana-dalemiana, la fretta di Renzi di tornare in sella, ma soprattutto gli effetti devastanti del referendum del 4 dicembre che hanno delegittimato buona parte del progetto renziano. 

Si tratta di un’analisi frettolosa ma non del tutto campata in aria. Altri indicano la radice di tutti i mali nella vecchia cultura del centralismo democratico  e spiegano che fino a che il “pallino” era rimasto in mano agli ex D.S. tutto filava liscio. Si certo, c’era un prezzo da pagare agli ex democristiani, ma lo si onorava garantendo posti ai pochi superstiti del moderatismo. La “linea politica” però la dettava sempre chi portava i baffi.

Poi è arrivato Renzi e la sua rottamazione è diventata più che un incubo una reale prospettiva. Ed allora meglio rischiare il tutto per tutto lanciando una scialuppa in mare. Male ha fatto (e fa) Renzi a non garantire (se così realmente è) un diritto di tribuna alle minoranze, ma non è sbagliato sciogliere l’equivoco di chi tira in ballo il pessimo carattere dell’ex Presidente del Consiglio (a proposito da quando il carattere di una persona assurge a categoria della politica?) per nascondere l’incapacità di accettare le regole democratiche. Quando si è in minoranza, e lo sa bene chi proviene dall’esperienza democratico-cristiana, si lotta per le proprie idee ma non si dà fuoco alla casa comune!

Ciò che sta accadendo è grave in quanto non segna solo il destino del PD ma rischia di sancire l’inaffidabilità di una componente importante della sinistra italiana che non avendo ancora fatto i conti con la propria storia, non ha metabolizzato le regole sostanziali del gioco democratico.Difficile immaginare un nuovo destino comune, sebbene in politica ciò che spesso appare improbabile o impossibile (si pensi alla scissione stessa) a volte si avvera.